"Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto." Padre Puglisi

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In ricordo di Luca Serianni

Del 5 Agosto 2022, ore 10:31 PM - Modifica
Luca Serianni, filologo, linguista e accademico italiano.

Si sono svolti Martedì 26 Luglio i funerali in onore del professor Luca Serianni, ammirevole docente dell’Università “La Sapienza” di Roma, linguista e filologo italiano. È doveroso ricordarlo ponendo attenzione sulla vastità dei suoi interessi; vi è, infatti, un elenco sonoro delle sue occupazioni che comprendono: la lingua dei vari scrittori, musicisti o poeti; il linguaggio medico; la lingua del diritto; la lessicografia antica e moderna od anche il romanesco. Ecco, una delle particolarità del Serianni sta proprio nella capacità di analizzare l’oggetto di studio andando oltre il pregiudizio del contenuto. Tutto ciò per alimentare lo studio evolutivo della Lingua, l’elemento principale, l’espressione e la condizione esistenziale del nostro pensiero (senza la Lingua, non può esistere il pensiero). Essa dev’essere anche espressione di storicità e di evoluzione culturale, oltre ad essere utilizzata consapevolmente. E chi, meglio di Luca Serianni, la poteva utilizzare meglio? Lui che riusciva ad attenzionare con cura i minimi termini, anche quelli di comune uso, sintatticamente pieni, ma apparentemente privi di sbocco discorsivo linguistico. Il 10 Agosto 2018, Serianni aveva tenuto una lezione dal titolo “La lingua italiana come cittadinanza” ai giardini sopra la stazione della metro Jonio a Roma, durante la quale, oltre ad analizzare l’articolo 3 della costituzione, ha parlato della Lingua prendendo come esempio Dante. In Dante vi sono termini da noi usati spesso, ma che assumono diverso significato. Da ciò, diceva Serianni, sarebbe utile prendere coscienza di questa evoluzione, poiché è un buon modo per storicizzare la trasformazione delle lingue, cosa del tutto normale. Dal ventiseiesimo canto del Purgatorio, si nota la parola “stupido”, ad oggi utilizzato come insulto, ma in Dante non assume significato di “poco intelligente”, bensì è usato per descrivere lo stupore che questi purganti provano nel vedere un uomo vivo come Dante. Uguale discorso con “scemo”, che sembra posizionarsi sullo stesso piano di “stupido”, ma in Dante significa “mancante” “privo”. È interessante notare che “scemo” è, ad oggi, sinonimo di “sciocco”, termine che viene da “ex succus” ossia “privo di succo”, la sua radice etimologica è “sapio” che denotativamente vuol dire “sapore” e connotativamente “sapere”.

«Ho avuto, nel mio lavoro, come riferimento il secondo comma dell’articolo 54 della Costituzione che dice: “I cittadini cui sono state affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore.” Per questo ai miei studenti di quest’anno ho chiesto -con una movenza, lo riconosco, da vecchio retore- sapete che cosa rappresentate per me? Immagino voi non lo sappiate: voi rappresentate lo Stato.»

Si rivolse così il professor Luca Serianni ai suoi allievi durante l’ultima lezione universitaria della sua vita, svoltasi nell’Aula Magna della Facoltà di Lettere de “La Sapienza” di Roma il 14 Giugno 2017. Da posteri, non possiamo che ringraziarlo per il lavoro svolto e la passione che sprigionava dai suoi ex allievi e da noi studiosi pendenti da ogni curata parola dei suoi testi. Per la triste occasione, abbiamo chiesto alla professoressa Maria Serena Peri, sua ex allieva presso l’Università “La Sapienza” di Roma, di condividere alcuni dei suoi ricordi legati a questa grande figura.


Maria Serena Peri ci racconta

La lezione iniziava e finiva “perfetta”, con tempi studiati, da attore consumato. Nessuna improvvisazione, preparata e studiata, efficace limpida e chiara. Però nessun senso di freddezza o artificiosità, ma il calore di parole pronunciate con convinzione e passione, anche se pesate una per una. Un fascino ineguagliabile: faceva veramente innamorare. E con gli amici a cui Luca permetteva confidenza e affetto, battute e osservazioni, si scherzava e si prendevano in giro i contenuti delle lezioni, o gli si svelava ridendo di qualche ragazza che, nell’aula 1 di Lettere, si metteva in prima fila per attirare la sua attenzione, e lui non la notava nemmeno.
Le lezioni, tutte, contenevano anche lo spazio – persino quello, previsto – all’inserto ironico, anche autoironico. Straordinario, non solo a lezione, il suo “progetto sintattico”: Luca iniziava una frase e la finiva, senza anacoluti, senza interruzioni, senza “cambi di programma” linguistici. Aveva talmente introiettato questa capacità che ci stupiva ogni volta senza mai, dico mai, darci la sensazione che le parole fossero “in più” e men che mai fossero un riempitivo formale, una chiacchiera. La chiacchiera affettuosa con Luca – che ci era concessa quando fuori dall’orario di lezione ci si trovava davanti o dentro il suo studio al terzo piano di Lettere e anche quando ci davamo del lei – era sempre curata nella parola, spontanea e regolata insieme, emotivamente carica e capace di scherzo leale e autoironico, acuta e intelligente, attenta e capace di ascolto. Si partiva da uno spunto della lezione, ma si arrivava a scambiarsi parole ed emozioni sul quotidiano, serio e meno serio, della vita; sulla normalità e sull’eccezione delle giornate. E così, andandolo a prendere sotto casa ad Ostia per andare insieme a cena, poteva succedere che al citofono lui rispondesse: “Ecco scendo piuttosto che saliate”, con un endecasillabo perfetto che non essendo – quello no – sicuramente studiato prima, ci faceva persino “rabbia”.

In un tempo (quello in cui ho frequentato io, inizi anni 80) in cui i miei compagni inseguivano inutilmente momenti di incontro con professori di lettere (anche di fama e qualità) che si negavano continuamente, che erano davvero come l’araba fenice persino per coloro che avrebbero dovuto seguire per la tesi, Luca era una vera e splendida eccezione. Per lui il momento dedicato al ricevimento degli studenti, in facoltà, nel suo studiolo condiviso con altri due docenti, non solo era istituzionalizzato e reale, ma anche “sacro”. Quell’ora o quelle due ore lui c’era sempre per tutti, senza fretta, senza mai dare l’impressione che il rispondere a uno fosse più urgente o importante che rispondere a un altro. Il collega, tanto per capirci, sapeva di dovere aspettare il suo turno, se stava parlando con uno studente. Come l’ora della lezione, vissuta come un impegno e un piacere quotidiano, il ricevimento non era una routine o una formalità, era l’occasione di incontrare persone, che Luca aveva il raro dono – pur nelle differenze di età e di competenza – di fare sentire sempre un po’ complici, nell’amore per lo studio della lingua, finestra per lo studio del mondo che viviamo.

Rigoroso, attento, serio, esigente; ma anche sempre consapevole dei limiti – persino quelli personali – di qualsiasi ricerca: un maestro mai “serioso”, sempre capace di pensiero critico, sempre disponibile all’ascolto delle ipotesi e delle spiegazioni sensate di un evento linguistico (e anche della vita e dell’esperienza, mi viene da dire). Generoso e schivo, percorreva quei corridoi dell’Università lasciando una scia di ammirazione, ma anche di affetto e gratitudine, dopo ogni lezione. Non si considerava un estroverso, e non lo era, ma invece si ritrovava a suo agio se tanti giovani si trovavano attorno a lui, in momenti anche non “istituzionali”. Di molti, negli anni, Luca è diventato amico, un amico inimitabile e insostituibile. Io, per età e per combinazione, ho avuto la fortuna di appartenere al gruppo di studenti amici “della prima ora”, con cui il dopo lezione in facoltà si trasformava, in altri momenti, anche in uscite a cena a Chiara Luce (una storica “trattoria” alla buona alla foce del Tevere) o a mattinate estive insieme al mare di Ostia (che amava) o a passeggiate nella natura, in montagna o in campagna, o in giornate alla piscina termale di Tivoli. Mi chiamò “la coesiva” (e mi vengono le lacrime oggi a ricordarlo) perché mi era grato – e un po’ se ne stupiva – di sapere, secondo lui, mettere insieme, nei gruppetti spontanei che negli anni si formavano attorno a lui, persone anche molto diverse tra loro, di età e di formazione. In realtà questa capacità, enorme e fedele, era la sua, era dentro di lui: volendogli bene, l’aiuto è stato solo di renderla esplicita e concreta nel quotidiano.
Gli scrivevo un messaggio, qualche mese fa, dopo esserci incontrati a cena a casa di un’amica. “Contenta di averti rivisto. Sempre uguale affetto e complicità”. E Luca mi rispondeva “anche a me ha fatto molto piacere rivederti: ugualissima”. Direbbe lui, il perfetto stile del suo grande maestro, Arrigo Castellani. Sintetico, chiaro, dritto al cuore.
Ora che niente sembrerebbe invece più uguale, so che l’onda di generosa condivisione che Luca ha mosso con sapienza e con fedeltà è un’onda straordinariamente grande, che si articola nei mille rivoli delle distanze, delle differenze, delle parole grandi e di quelle apparentemente piccole.
L’amore, quasi la “fissa” (di quelle buone su cui abbiamo sempre ironizzato insieme), per ogni parola e ogni lingua ci unisce ancora, ci tiene vicino oltre i tempi storici. La storia, che Luca ha rispettato e studiato nelle pieghe più piccole, ora ci mostra che ha tempi e spazi che non si possono prevedere. Credo che nella nostra storia, oltre che in quella senza tempo e limite, Luca resti ad appassionarci e a guidarci. Da maestro e amico straordinario.

GRAZIE, PROFESSORE.


A cura di Clarissa Ferina, con la grande partecipazione della professoressa Maria Serena Peri.

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