"Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto." Padre Puglisi

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BYO|Bring your own: Essere donna oltre l’8 Marzo

Del 14 Marzo 2021, ore 12:46 PM - Modifica

Dopo una breve pausa, Vivere Ateneo ritorna con la rubrica dal titolo BYO|Bring your own. Questo articolo tratterà di un argomento molto attuale, di cui si è discusso proprio pochi giorni fa, in occasione dell’8 Marzo, la Festa della Donna. Cercheremo di parlare di come le donne si siano affermate o abbiano lottato nei diversi ambiti, per affermare la loro posizione.


Ada Lovelace, la madre dell’informatica

Questo mio cervello è qualcosa di più che semplicemente mortale e il tempo lo dimostrerà” – in quest’occasione, Vivere Ingegneria celebra la matematica britannica e scrittrice della citazione in incipit, Augusta Ada Byron, meglio conosciuta come Ada Lovelace.

Ada Lovelace costituisce una delle figure pioniere non soltanto nella storia dell’eccellenza al femminile, ma anche e soprattutto nella storia dell’informatica: è attribuita proprio a lei la scrittura del primo algoritmo e, in definitiva, del primo programma mai esistito. Il suo enorme contributo al mondo dell’informatica è nato dalla collaborazione con Charles Babbage, per il quale Ada tradusse la monografia di Luigi Menebrea, ingegnere italiano, aggiungendo numerose note e commenti; tra queste note, Ada esprimeva la propria visione riguardo le macchine analitiche, definendole come strumento programmabile e anticipando il concetto di intelligenza artificiale.

Furono, in un secondo momento, le note scritte riguardo la macchina analitica di Babbage a far emergere la concezione di Ada della macchina come computer con software e, in particolare, nella nota G, ultima tra le sue note, è contenuto l’algoritmo ideato per la macchina analitica per calcolare i numeri di Bernoulli; questo algoritmo è ad oggi considerato il primo programma informatico e, conseguentemente, Ada Lovelace è considerata la prima programmatrice nella storia del computer. Il contributo di Ada Lovelace è considerato globalmente come la pietra miliare nella storia dei computer: lo stesso Alan Turing prese dal suo lavoro l’ispirazione necessaria per la creazione della macchina di Turing.

La memoria di Ada Lovelace è stata storicamente onorata anche con la creazione del linguaggio di programmazione ADA, finanziato dal Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti del 1979 e approvato nel 1980. La storia di questa brillante matematica, programmatrice e donna nell’ambito della scienza informatica, è e sarà sempre d’ispirazione per la popolazione femminile che intraprende una carriera nelle lauree STEM, ormai in aumento, ma è soprattutto una preziosa testimonianza della potenzialità umana che ha consentito il progresso da tutti i punti di vista nella storia.


Ipazia d’Alessandria

“Se mi faccio comprare, non sono più libera, e non potrò più studiare: è così che funziona una mente libera” (Ipazia, in Ipazia Vita e sogni di una scienziata del IV secolo)

Eccola Ipazia d’Alessandria, in quelle sue precise parole. Erudita e convinta sostenitrice della libertà di pensiero, educata ai principi della scuola platonica, Ipazia nacque ad Alessandria d’Egitto tra il 355 e il 368 d.C., figlia di Teone, geometra, filosofo e insegnante dedito soprattutto alla matematica e all’astronomia, esponente dell’antico lignaggio culturale del Museo tolemaico.

Ipazia succedette al padre nell’insegnamento e non le fu difficile farsi apprezzare da ogni ceto sociale, ma fu proprio in quel tempo, ultimo decennio del IV secolo, che ad Alessandria cominciarono a essere demoliti i templi pagani per ordine del vescovo Teofilo, in base ai Decreti teodosiani che volevano perseguitare e distruggere i restanti culti pagani per dare spazio al Cristianesimo. Fu anche per questo che, in occasione della Quaresima del 415, una folla armata di monaci parabolani, un ordine dedito alla cura dei malati e alla sepoltura dei morti, la massacrò fino ad ucciderla. Ne fecero a pezzi il cadavere e bruciarono tutto, su istigazione del vescovo e patriarca alessandrino Cirillo: la morte di Ipazia, potente cardine della cultura e del pensiero libero, avrebbe posto fine al consenso di cui godeva tra la gente. Consenso che né il vescovo né la Chiesa potevano tollerare.

Era appena il 415 d.C., l’8 marzo, quando Ipazia fu uccisa da un tumulto di cristiani inferociti. La sua colpa? La dedizione di una donna, per di più non di fede cristiana, alla scienza e alla conoscenza non era in alcun modo ammissibile. E allora Ipazia, che secoli dopo il teosofo Augusto Agabiti descriverà come “martire della libertà di pensiero”, ci deve ricordare tutte le donne coraggiose, forti, ribelli e geniali che nel corso delle diverse ere hanno contribuito, o almeno tentato, a cambiare la mentalità del proprio tempo. Ipazia ebbe una sorta di giustizia solo durante l’Illuminismo, tra il Seicento e il Settecento, quando, grazie alla ventata della critica, della ragione e dell’apporto della scienza, lei divenne una pioniera della libertà di pensiero e fu riconosciuta come vittima del fanatismo religioso e martire laica del pensiero scientifico.

Ad oggi, la storia di Ipazia è stata più volte ripresa da romanzi, saggi storici, poesie, opere teatrali, dipinti e persino film, “Agora“, interpretata da Rachel Weisz. Sappiamo che Ipazia non è stata la prima e neppure sarà l’ultima vittima di un potere tutto al maschile, convinto sostenitore di una “libertà di sopruso” che di fatto non ha alcuna ragione di esistere e che rende l’uomo artefice di veri e propri abomini. Da sempre.


Sapevate che la maggior parte dei laureati in farmacia sono donne?

Infatti Federfarma (Federazione nazionale dei titolari di farmacia), facendo un bilancio, ha reso noto che nel 2016, dei 57.660 addetti laureati, solo 39.908 erano donne. In pratica quasi il 70% del personale farmaceutico italiano è composto da donne, un dato importantissimo, che possiamo collegare a un’altro fattore, ovvero che anche la clientela è composta principalmente da donne.

Perché? Secondo Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia e membro del consiglio di presidenza di Federfarma nazionale, questo avviene in quanto di norma è la donna ad occuparsi dei bambini, degli anziani, o in generale delle persone malate, anche a costo di trasandare il loro stato di salute, che sta molto a cuore all’ordine dei farmacisti. Infatti, il progetto mimosa, nato nel 2014 e che ultimamente sta espandendosi in tutta la nazione, mira proprio ad accogliere le donne che per un motivo o per un altro, come la violenza, vedono nel farmacista un punto di riferimento con cui parlare, un luogo di ascolto.


La vicenda della pallavolista Lara Lugli

Una giocatrice di pallavolo Lara Lugli, con un post pubblicato su Facebook ha denunciato la questione legale che la vede contrapposta al club in cui militava nella stagione 2018/2019 nel campionato di Serie B1: il volley Pordenone. Nel mese di marzo del 2019 ha comunicato al club la sua impossibilità di proseguire la stagione perché incinta, risolvendo dunque il contratto.

A distanza di due anni ha ricevuto una citazione per danni, “per non aver onorato il contratto”. La giocatrice scrive: rimango incinta e il 10 marzo comunico alla società il mio stato, si risolve il contratto, rendendo noto che, il mese successivo avrebbe perso il bambino a causa di un aborto spontaneo. In seguito, la stessa avrebbe chiesto al club di saldare lo stipendio di febbraio per il quale aveva lavorato e prestato la sua attività senza riserve. In seguito, le arriva una citazione per danni “Le accuse sono che al momento della stipula del contratto avevo ormai 38 anni e data l’ormai veneranda età dovevo in primis informare la società di un eventuale mio desiderio di gravidanza, che la mia richiesta contrattuale era esorbitante in termini di mercato e che dalla mia dipartita il campionato è andato a scatafascio”.

Chi dice che una donna a 38 anni, o dopo una certa età stabilita, non debba avere il desiderio o il progetto di avere un figlio? Non è che per non adempiere ai vincoli contrattuali stiano calpestando i Diritti delle donne, l’etica e la moralità? Se una donna rimane incinta non può conferire un danno a nessuno e non deve risarcire nessuno per questo.


L’astrobiologia tra le stelle e le cellule

Oggi parliamo di Samantha Cristoforetti, una delle figure femminili di maggior rilievo nel campo spaziale. Nata a Milano il 26 Aprile 1977,  laureata in Ingegneria Meccanica, specializzata in Propulsione Aerospaziale e Strutture Leggere. Nel 2001 entra in Aeronautica Militare per poi nel 2009 entrare all’ESA e diventare una delle figure di punta insieme a Luca Parmitano. 

Nel 2014 con la Missione Spaziale “Futura” Samantha Cristoforetti ha condotto diversi esperimenti di astrobiologia, disciplina che studia l’origine, l’evoluzione e la distribuzione della vita nell’universo, i quali ci hanno dato modo di vedere la magnificenza della vita anche al di fuori del pianeta terra. Queste osservazioni sono state effettuate tramite una piattaforma-laboratorio, con lo scopo di verificare la sopravvivenza, in condizioni estreme, (in particolare in bassa orbita terrestre), di determinate biomolecole e di organismi estremofili. Tali analisi furono condotte da una facility dell’E.S.A posizionata all’esterno della stazione spaziale, che prese il nome di Expose, la quale ha verificato la capacità di perdurare della vita terrestre in condizioni così sfavorevoli. La bellezza di suddetta piattaforma sta nell’ aver ospitato tre esperimenti italiani:

  • Boss: Cianobatteri, isolati da deserti considerati analoghi terrestri di Marte, furono esposti a condizioni spaziali e marziane simulate al fine di verificarne la sopravvivenza.
  • Biomex: cianobatteri e funghi furono esposti alla presenza di regoliti, pietre e polveri marziane e lunari al fine di contribuire all’ipotesi della lithopanspermia, ovvero la possibilità che forme di vita, ricoperte da materiale roccioso, possano essere trasferite fra pianeti.
  • Epss: l’obiettivo era quello di valutare gli effetti delle radiazioni ultraviolette sull’evoluzione delle molecole organiche che hanno implicazioni astrobiologiche, Cianobatteri e funghi vennero disseccati a terra e poi esposti allo spazio per oltre un anno. Successivamente vennero riportati a terra dove fu rilevato il danno a livello del DNA e delle cellule.  

Ancora una volta le donne non perdono un’occasione per dimostrarci, giorno dopo giorno, quanto sia importante l’autorealizzazione e l’emancipazione femminile disconnessa da antichi e patriarcali principi che vedono la donna rilegata fra le mura domestiche. Ebbene Samantha risulta essere uno degli esempi maggiormente lampanti di ribellione, autodeterminazione, sacrificio, sogni e amor proprio. Grazie Samantha per diffondere speranza!


Le donne nella psicologia

La psicologia è stata dominata per decenni dagli uomini. La predominanza di pensatori maschi nelle liste dei pionieri nella storia della psicologia ci porta a pensare che le donne si mantennero distanti da questa scienza, quando in realtà non è così. Si stima che nei primi anni del 1900, 1 psicologo su 10 negli Stati Uniti fosse donna.Tuttavia, molte di queste psicologhe dovettero affrontare una notevole discriminazione semplicemente perché erano donne. A molte di loro non fu permesso studiare con gli uomini, gli negarono titoli ottenuti legittimamente o risultò loro difficile ottenere delle posizioni accademiche che permettessero loro di investigare e pubblicare. Ecco perché molte delle loro voci vennero messe a tacere.
Ma anche così, furono molte le donne che cambiarono la psicologia grazie al loro contributo, e anche grazie alla loro determinazione a passare attraverso situazioni di discriminazione a causa del genere. Queste donne meritano di essere riconosciute per il loro lavoro pionieristico. Oggi rendiamo omaggio a quattro di loro. La famosa figlia di Sigmund Freud, Anna, era una ben nota e influente psicologa a pieno titolo. Tra i suoi molti successi c’è l’introduzione dei meccanismi di difesa e l’espansione dell’interesse nel campo della psicologia infantile. Mary Whiton Calkins studiò ad Harvard, anche se non ricevette mai l’approvazione per l’ammissione formale. Studiò con alcuni dei più eminenti pensatori dell’epoca, ebbe tutti i requisiti per ricevere un dottorato di ricerca, ma Harvard le rifiutò il titolo per essere donna. La Calkins divenne il primo presidente donna della American Psychological Association. Durante la sua carriera divenne famosa per il suo lavoro nell’area dell’auto-aiuto. Karen Horney fu una influente psicologa. Quando Sigmund Freud propose la sua teoria che le donne sperimentano l’”invidia del pene”, la Horney gli rispose che gli uomini soffrono di “invidia del ventre” e tutte le loro azioni sono motivate dalla necessità di compensare il fatto che non possono avere figli. La sua confutazione delle idee di Freud contribuì a focalizzare l’attenzione sulla psicologia femminile. Margaret Floy Washburn fu la prima donna a ricevere un dottorato in psicologia. Essa completò gli studi universitari con Edward B. Tichener sviluppò il suo lavoro in un momento in cui alle donne erano spesso negate le posizioni nel mondo accademico. A prescindere da ciò, divenne una ricercatrice, una scrittrice e una docente molto rispettata. Sviluppò anche una teoria motoria di immagini mentali attraverso la quale suggerì per la prima volta che i movimenti del corpo influenzano il pensiero.

Perché la società è ancora ancorata ad una corrente di pensiero che, nel 2021, non permette alla donna di essere completamente emancipata? Qualsiasi ambito lavorativo, escludendo quello educativo, sembra essere “governato” e controllato dal “sesso forte”, ovvero quello maschile (ma poi, chi l’ha deciso che sono loro quelli forti?). Praticamente qualsiasi carriera mostra una preferenza nella figura maschile, che, volente o nolente, riceve anche dei privilegi e vive nella migliore delle situazioni, a confronto con la donna, come per esempio la paga. Ma il problema di base è che la società distingue ciò che è “da donna” da ciò che è “da uomo”; esempio lampante: Maria Montessori. Donna che sin dalla giovanissima età è sempre stata attratta da ciò che anche il padre stesso riteneva da maschi, ovvero l’ingegneria, la scienza, e subito dopo la medicina. Lei, nonostante tutto, però, riuscì nei suoi intenti, laureandosi nel 1896 con una tesi in psichiatria, alla facoltà di medicina e chirurgia, diventando tra le prime donne a riuscire. Purtroppo, verrà definita “medichessa” (sostantivo usato esclusivamente in tono scherzoso o dispregiativo anche dal dizionario stesso). Ancora oggi, l’unica parola che può essere usata per intendere un medico donna, è, appunto, medico.


I diritti delle donne.

La rivendicazione per le donne dei diritti civili, della condizione economica dei diritti politici e in generale il miglioramento della condizione femminile, costituiscono la base del c.d. femminismo sviluppatosi tra il XIX e il XX secolo.
I problemi comunemente associati alla nozione di diritti femminili includono diritto all’integrità e all’autonomia corporea, di essere liberi dalla paura di violenza sessuale, diritto di voto, di stipulare contratti, di avere eguali diritti in ambito familiare e lavorativo, di ottenere una retribuzione equa e tanti tanti altri.

Fino al XIX secolo, le teorie giusnaturaliste affermavano che l’inferiorità della donna era un fatto di “senso comune” e una questione di natura. Queste opinioni furono contrastate dai filosofi della teoria razionale che sostennero che le donne dovessero avere diritti uguali a quelli degli uomini.
Nel corso del XIX secolo alcune donne cominciarono prima a chiedere, poi a reclamare e infine a dimostrare per il diritto di voto. Durante il XIX secolo il diritto di voto venne gradualmente esteso in molti paesi e le donne iniziarono a fare la loro campagna per questo loro diritto, che in Italia venne concesso solo nel 1946.

I diritti riproduttivi sono quei diritti e libertà legali relativi alla riproduzione e alla salute riproduttiva. Durante gli anni ’70 del XIX secolo le femministe cominciarono ad avanzare il concetto di maternità volontaria come critica politica della maternità involontaria. I diritti riproduttivi delle donne possono essere anche intesi come il diritto di facile accesso ad un aborto sicuro e legale. L’accesso delle donne all’aborto legale è limitato dalla legge nella maggior parte dei paesi del mondo. Laddove l’aborto è consentito dalla legge, le donne possono avere accesso limitato ai servizi di aborto sicuro. Alcuni paesi ancora proibiscono l’aborto in tutti i casi, ma in molti paesi e giurisdizioni, l’aborto è permesso se vi è l’intento di salvare la vita della donna incinta o se la gravidanza è stata causata da stupro o incesto.

Annoveriamo inoltre la fondamentale riforma del diritto di famiglia del 1975, attraverso cui la condizione della donna è radicalmente mutata, poichè viene abolita la figura del capofamiglia e si ribadisce che l’uomo e la donna, indistintamente, hanno pari diritti e pari doveri (L. 151/1975).
Ribadisce, altresì, il passaggio dalla potestà del marito alla potestà (ora “responsabilità genitoriale”) condivisa dei coniugi; l’eguaglianza tra coniugi (si passa dalla potestà maritale all’eguaglianza fra coniugi) e il regime patrimoniale della famiglia (separazione dei beni o comunione legale/convenzionale). 

Indubbiamente sono stati fatti diversi passi in avanti negli ultimi anni (dalla suddetta riforma, alla legge sul divorzio e alla legge sull’aborto), ma ancora molto resta da fare in merito alla parità di genere sul lavoro e alla parità salariale. 
Secondo il Global Wage Report 2018/19 dell’International Labour Organization, le donne continuano ad essere pagate circa il 20% in meno rispetto agli uomini. 
Le lacune retributive di genere rappresentano infatti una delle maggiori ingiustizie sociali di oggi e per questo motivo tra i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile 2030 dell’Onu c’è “la piena e produttiva occupazione e un lavoro dignitoso per tutti e la parità di retribuzione per lavoro di pari valore”.


Le donne nel mondo dell’architettura, dell’urbanistica e del design.

Anche nell’ambito dell’architettura, del design, e dell’urbanistica, viene fatta una disparità di genere tra il prodotto o il progetto di un uomo rispetto a quello di una donna. Infatti, sebbene la storia dell’architettura e del design possa vantare figure femminili che hanno portato un importante contributo per quanto riguarda tanto l’assetto architettonico urbano, quanto la risposta alle sue necessità, in realtà da sempre il termine “architetto” è stato associato ad una figura maschile, probabilmente a causa degli stereotipi di genere, ma anche dal maschilismo della lingua italiana, da cui ancora fatichiamo a separarci.

Sebbene siano diverse le donne che lavorano in questo ambiente, e nonostante molte di queste vengano riconosciute dalla critica come ottime architette, effettivamente delle donne si parla soltanto come gruppo, come parte di un team di architetti e come parte di un mondo definito non adatto per loro. Dunque tutti quei movimenti che rivendicano un trattamento equo tra uomini e donne, devono il loro successo anche a tutte quelle architette e designer che si sono scontrate con un mondo maschilista per far valere le loro idee ed i loro progetti. La prima donna a ricevere il Premio Pritzker nel 2004, dopo 26 anni di storia del premio, fu Zaha Hadid, che al momento attuale è l’unica architetta che si trova ancora in qualche libro di storia e che viene ancora citata per i diversi contributi che ha portato sia nel mondo dell’architettura che nel mondo del disegno industriale. Un’altra personalità che è stata capace di coniugare l’architettura ed il design fu Gae Aulenti, considerata una dei migliori architetti della sua generazione, che ha incentrato il suo lavoro nell’allestimento e nel restauro architettonico, vincendo anche numerosi premi tra cui il Premio Imperiale nel 1991. Anche dal punto di vista dell’urbanistica, possiamo ricordare alcuni nomi di donne che sono riuscite a presentare i loro progetti e ad aver riconosciuto il loro lavoro, ad esempio ricordiamo Irena Bauman, Alison Brooks, Liza Fior e Katherine Clarke che stanno modificando la visione di città del futuro in un’ottica di cambiamento innovativo, rifiutando un modus operandi dettato da tempistiche stringenti, profitti immediati e risultati incredibili, puntando alla qualità prima della quantità. Quindi al giorno d’oggi risulta di fondamentale importanza comprendere quanto le donne abbiano dovuto lottare per l’uguaglianza e la parità di genere in tutte le sue forme e quanto sia fondamentale continuare a farlo.


Le prime donne laureate in Medicina: Maria Montessori.

Maria Tecla Artemisia Montessori, medico. In Italia, fu una tra le prime donne a laurearsi nella facoltà di medicina.
Divenne famosissima nel mondo grazie al famoso metodo educativo per bambini che prese il suo nome, ovvero il “Metodo Montessori”. Questo metodo inizialmente fu utilizzato in Italia, ma in breve tempo fu adottato in tutto il mondo, ed ancora oggi le scuole montessoriane vengono preferite ad altre.

I principi su cui si basa l’educazione montessoriana sono semplici e applicabili a molteplici aspetti didattici: libertà di scelta del percorso educativo, indipendenza, rispetto per il naturale sviluppo psicofisico.
Decise quindi di iscriversi alla facoltà di Scienze e dopo due anni di trasferirsi alla facoltà di Medicina. Riuscirà a laurearsi brillantemente in questo corso di studi, risultando così la terza donna a ottenere questo risultato accademico. La Montessori manifestò immediatamente un interesse precoce nei confronti dei bambini con maggiori difficoltà, frequentando quindi assiduamente i quartieri più poveri di Roma ed informandosi sempre maggiormente sugli argomenti di igiene medica. Decise quindi di specializzarsi in neuropsichiatria infantile dedicandosi in maniera assidua alle ricerche in laboratorio. Si concentrò in modo particolare proprio sui batteri e le malattie presenti nei quartieri più poveri di Roma che aveva precedentemente frequentato. Maria ebbe molto interesse nel combattere per l’emancipazione femminile. Partecipò così al congresso a Berlino nel 1896, totalmente finanziato dalle donne di Chiaravalle, sua città natale. Partecipò anche al congresso a Londra cinque anni dopo. Nel 1988 otterrà l’incarico di direttrice della scuola ortofrenica di Roma, grazie al brillante intervento nel congresso pedagogico dello stesso anno a Torino.  Nel 1907 a San Lorenzo, Roma, aprì la prima Casa dei Bambini. Durante un congresso in America nel 1913 verrà presentata come la donna più interessante d’Europa ed i suoi metodi divennero modelli mondiali nell’istruzione dei bimbi di tutte le idee.

Con la comparsa del ventennio fascista in Italia Maria Montessori venne accusata di legami con il regime. In realtà a Maria non interessavano minimamente le idee fasciste ma collaborava con quest’ultime solo per arrivare al suo fine ultimo: la costruzione delle Casa dei Bambini in modo da poter tirare fuori i fanciulli dalla strada. Nel 1926 organizzò il primo corso di formazione nazionale che preparava gli insegnanti ad utilizzare il suo metodo. Inutile dire che fu un vero e proprio successo con oltre 180 insegnanti provenienti da tutt’Italia per poter apprendere le idee al dir poco rivoluzionarie. Saranno proprio queste però a costringerla ad abbandonare l’Italia nel 1934. Sempre negli stessi anni verranno chiuse tutte le scuole che insegnavano secondo il suo metodo sia in Italia che in Germania. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale si trova con il figlio in India. Le venne inoltrata la formale richiesta nel 1951 di riformare l’ordinamento scolastico del Ghana. A causa dell’età Maria sarà costretta a rifiutare. Il 6 maggio del 1952 morì a Noordwijk, nell’Olanda meridionale.


Le donne in politica

Le donne sono sempre state viste come l’anello debole della società, escluse dalla vita politica a priori, come nel caso delle donne ateniesi, destinate ad essere solo madri e mogli. Lentamente hanno iniziato ad acquistare diritti, come il diritto allo studio, il diritto al voto conquistato in Europa intorno ai primi decenni del novecento in alcuni paesi, il primo è stato la Finlandia nel 1907. Diritti che hanno dato la possibilità di raggiungere il livello dell’uomo, almeno sotto alcuni punti di vista. Queste possibilità, diritti considerati naturali per l’uomo, non sono state raggiunte tutte pacificamente ma è anche il risultato di lotte contro i governi, donne che scendevano nelle piazze urlando di pretendere quei diritti, come nel caso delle Suffragette. Inizia attraverso la protesta il raggiungimento di quei obiettivi che si credevano non solo impossibile raggiungere, ma non destinati alle donne. In Italia, dal 1950, iniziano ad esserci le leggi per le donne, ricordiamo la legge sulla tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri o quelle più recenti, del 2009, sul contrasto alla violenza sessuale e agli atti persecutori.

Tanti cambiamenti che iniziano dopo il primo suffragio universale italiano nel 1946, chi avrebbe mai pensato che una donna avrebbe partecipato all’Assemblea Costituente per elaborare la Costituzione Italiana? Eppure Nilde Iotti ha partecipato, dando un notevole contributo. Figlia di un sindacalista socialista, inizia a nutrire interesse per la politica in seguito al 1943, dopo l’armistizio e si avvicina al PCI, fondamentale è la sua relazione con Palmiro Togliatti, che dopo la rottura con la moglie, ottengono l’affidamento di una bambina orfana. Nilde Iotti diventa la presidente della Camera dei Deputati, la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana e mantiene l’incarico per ben 13 anni. Celebra è una frase di Nilde Iotti, dove esprime tutto il suo orgoglio per la posizione raggiunta: “Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”. 

Allargando lo sguardo a livello mondiale, ci sono altri esempi di donne attive nella vita politica, ricordiamo Aung San Suu Kyi, una politica birmana, attiva nella difesa dei diritti umani. Si è imposta a capo del movimento di opposizione alla dittatura militare, che opprime il Paese. Nel 1991 riceve il Premio Nobel per la pace. Ad oggi, tuttavia, è detenuta in seguito al colpo di Stato militare avvenuto l’1 febbraio 2021, per via di diverse accuse mosse contro la politica birmana, tra queste il rifiuto di considerare i massacri commessi dai militari come un genocidio. Tra le altre donne che sono riuscite a farsi spazio e ottenere un ruolo politico, abbiamo Kamala Harris, attualmente vicepresidentessa di un paese istituzionalmente forte e democratico: USA. La sua vicepresidenza è un segno positivo, la speranza che il mondo sta cambiando, le donne iniziano a ricoprire ruolo lentamente più importanti. Il segno che, nonostante ci siano ancora molte lotte, possiamo farcela a raggiungere quella parità in tutti gli ambiti, soprattutto quelli dove ci sonno differenze notevoli tra donna e uomo. Non abbiamo la palla di vetro e non possiamo sapere come si evolverà la situazione in futuro ma sicuramente nel corso del tempo si è delineata una linea controcorrente, una linea rimarcata e indelebile, quella della meritocrazia che è indipendente dall’essere uomo o donna.


Essere donna è un lusso?

Ma da dove cominciare per colmare il gender gap?
Partiamo da ciò che è essenziale: gli assorbenti. 
In Italia l’iva sugli assorbenti femminili è stata introdotta nel 1973 e, come per altri beni e servizi, è cresciuta nel tempo dal 12 al 22%. Come riporta il Testo unico sull’iva, il decreto del presidente della repubblica n. 633 del 1972, l’aliquota è ridotta al 4%, al 5% e al 10% per una serie di beni e servizi elencati nel decreto stesso.
Prodotti come il tartufo hanno un’imposta agevolata del 10% ma gli assorbenti, non essendo considerati beni di prima necessità, hanno un’imposta del 22%.

In questi casi non è più possibile osservare il problema sotto la lente d’ingrandimento dell’economia, ma è necessario un cambiamento a livello culturale: sono molti i movimenti e le associazioni femministe che si stanno muovendo verso la riduzione o l’abolizione della tampon tax con lo scopo di eliminare quella che è stata definita una discriminazione fiscale di genere, ad esempio in Italia è stato di grande ispirazione l’associazione Onde Rosa che si è mossa tramite la piattaforma Change.org.
Nel resto del mondo i progressi sono stati notevoli: la Scozia si è distinta per un’iniziativa che prevedeva la distribuzione di assorbenti gratuiti alle studentesse nelle scuole e nelle Università; la Francia ha ridotto la Tampon Tax dal 20% al 5,5% già a dicembre 2015, mentre in Belgio la tassazione è scesa dal 21% al 6%, lo stesso nei Paesi Bassi; la Gran Bretagna ha ridotto la tassazione sui prodotti femminili dal 20% al 5% nel 2000 e l’Irlanda non la applica affatto.


Al prossimo articolo!

Alla stesura di questo articolo hanno contribuito: Giulia Biundo, Veronica Sardo, Alberto Oddo, Anthony Aloisio, Ilenia Marcianò, Laura Mutolo, Susanna Mavilla, Giorgio Maida, Giuliana Scaglione, Valeria Cirafici, Michele Barone, Elena Faraci, Fabrizio Tola, Salvo Scariano, Agata Scibetta, Manuel Mendola, Francesca Spera.

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