"Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto." Padre Puglisi

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BYO|Bring Your Own: l’aborto, tratti psicologici ed evoluzione medica e giuridica

Del 6 Dicembre 2020, ore 12:52 PM - Modifica

Vivere Ateneo ritorna con la rubrica dal titolo BYO|Bring your own. Il secondo articolo tratterà di un argomento altamente discusso che ancora oggi risulta essere un tabù ed oggetto di esame per aspetti medico-legali e psicologici post-traumatici.

Iniziamo con l’aspetto medico

L’aborto spontaneo, per definizione, è la morte non indotta dell’embrione o del feto o l’espulsione dei prodotti del concepimento prima della 20a settimana di gestazione; può aumentare il rischio di aborto spontaneo nelle gravidanze successive.  La minaccia di aborto è indicata da un sanguinamento vaginale senza dilatazione cervicale che indica la possibilità che si verifichi un aborto spontaneo in una donna con una gravidanza vitale uterina confermata.

Gli aborti possono essere classificati in base al tempo in cui il feto muore,  avviene in modo ricorrente, presto o tardi ed in base alle cause che possono essere specifici,  o da patologie che possono provocare aborti sporadici o gravidanza interrotta ricorrente o ancora anomalie immunologiche, traumi importanti, e anomalie uterine.  In genere fattori predisponenti possono essere l’età, fumo, abuso di sostanze stupefacenti, malattie croniche non controllate ecc.

I sintomi dell’aborto spontaneo comprendono il dolore pelvico crampiforme, il sanguinamento vaginale e infine l’espulsione di materiale; può anche svilupparsi un’infezione che provoca febbre, dolore e talvolta sepsi (chiamato aborto settico). In generale la diagnosi viene effettuata mediante ecografia e determinazione quantitativa della subunità beta di gonadotropina corionica umana (beta-hCG). Un’ecografia e la misurazione quantitativa della beta-hCG sierica vengono di solito anche effettuate per escludere una gravidanza ectopica e per stabilire se i prodotti del concepimento sono rimasti nell’utero. Il trattamento che ad oggi a livello medico e psicologico può essere fornito all’assistita prevede:

  • Osservazione per la minaccia di aborto;
  • Svuotamento uterino per aborti inevitabili, incompleti o interni;
  • Sostegno emotivo.

Ad oggi l’aborto può prevedere due modalità per essere effettuato:

  • L’interruzione farmacologica, definita anche  medica, si effettua mediante  la somministrazione di farmaci, entro i primi 49 giorni, quindi solo in uno stadio estremamente precoce della gravidanza. La paziente che sceglie di affrontare la via dell’interruzione farmacologica deve essere obbligatoriamente ricoverata per il tempo di trattamento e dopo alcuni accertamenti preliminari assume per bocca una prima pillola. Nell’arco di alcune ore viene poi somministrato un secondo farmaco, contenente prostaglandine, che fa contrarre l’utero e consente il suo svuotamento in modo autonomo, senza bisogno di un accesso chirurgico;
  • L’aborto strumentale rappresenta invece l’alternativa all’interruzione farmacologica ed avviene tra il 50esimo e il 90esimo giorno, oltre al quale per legge non si può più praticare. Anche in questo caso è prevista l’ospedalizzazione (generalmente per uno, massimo due giorni) e l’intervento consiste nella rimozione del prodotto di concepimento contenuto all’interno dell’utero per via chirurgica, in pochi minuti, in anestesia generale. La tecnica più diffusa per praticarlo è l’isterosuzione, che consiste nell’uso di una cannula che una volta inserita nell’utero e collegata a una pompa a vuoto aspira l’embrione/feto e l’endometrio, lo strato più interno della mucosa uterina, lo stesso che si sfalda durante il flusso mestruale. Un secondo metodo, ormai poco praticato, è quello della cosiddetta dilatazione e revisione, dove la dilatazione si  effettua sul collo dell’utero con l’aiuto di una sottilissima pinza e la revisione (anche detta raschiamento) coincide con la rimozione del materiale.

I rischi possono essere dovuti alla somministrazione di farmaci che possono causare reazioni di ipersensibilità o altri effetti collaterali quali tachicardia momentanea, eritema cutaneo, qualche disturbo intestinale, effetti che non sono nella stragrande maggioranza dei casi considerati gravi. Un limite di questa pratica, raramente, è che non venga completata del tutto l’espulsione del feto e che rimanga del materiale nella cavità uterina, rendendo necessario intervenire con la revisione dell’utero. Nel caso dell’aborto strumentale invece, le principali controindicazioni sono quelle legate alla necessità di operare in anestesia generale. Sui rischi, oltre a quello di incorrere in emorragie, esiste la possibilità (anche se molto rara) di rischio infettivo e, come in tutti gli interventi, quella di un errore nella manovra chirurgica.

L’evoluzione giuridica

L’aborto è da sempre stato uno dei temi più caldi trattati all’interno della società che ha dato vita a posizioni nettamente opposte basate su diverse ideologie e convinzioni religiose e sopratutto a scontri politici e sociali portati avanti fino al 1978. Prima di tale data, l’aborto era considerato reato quando provocato ad una donna non consenziente (oppure consenziente, ma minore di quattordici anni) o quando era la donna stessa a provocarlo; inoltre era considerato reato l’istigazione all’aborto, con l’aggravante della morte della donna.

Con la legge n.194 del 22 Maggio 1978, la società tirò un sospiro di sollievo: vennero abrogati i predetti reati, ma ciò non placò i conflitti ideologici, sopratutto a causa del presunto contrasto con due dei diritti inviolabili sanciti e tutelati dalla nostra Costituzione: la vita e la salute. Secondo la legge 194/1978, che si proponeva di creare una vera e propria tutela sociale della maternità , la donna può ricorrere all’aborto volontario solo nei primi 90 giorni di gravidanza in strutture ospedaliere autorizzate e qualora si verifichi una situazione per cui persiste un pericolo per la salute fisica o psichica della donna, nel caso di di malformazioni del feto o ancora per scarse condizioni economiche o nel caso in cui la gravidanza è causata da abusi e violenza.

Inoltre in caso di interruzione volontaria della gravidanza da parte di una minore, la legge prevede il consenso da parte di entrambi i genitori o del giudice tutelare. Anche nel caso di donna interdetta, la richiesta deve essere posta dal tutore o dal marito non tutore, che non sia legalmemte separato.
Passati i predetti 90 giorni si può ricorrere all’aborto solo nel caso in cui vi sia un pericolo per la salute della donna e nel caso di gravi malformazioni e anomalie del feto. Il medico che esegue l’interruzione della gravidanza è tenuto a fornire le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, nonché a renderla partecipe dei procedimenti abortivi, che devono comunque essere attuati in modo da rispettare la dignità personale della donna. In presenza di processi patologici, fra cui quelli relativi ad anomalie o malformazioni del nascituro, il medico che esegue l’interruzione della gravidanza deve fornire alla donna i ragguagli necessari per la prevenzione di tali processi.

La legge prevede inoltre un colloquio presso un consultorio a cui deve sottoporsi la donna, alla quale vengono illustrate eventuali tutele nel caso in cui decidesse di non procedere nella sua scelta e per discutere dei motivi che l’hanno spinta a decidere di porre fine alla gravidanza. La l. 194/1978 prevede anche delle fattispecie di reato collegate alla pratica dell’aborto, tra cui:

  • Chiunque cagioni per colpa l’interruzione della gravidanza o un parto prematuro è punito con la reclusione da tre mesi a due anni;
  • Chiunque cagioni l’interruzione della gravidanza senza il consenso della donna è punito con la reclusione da quattro a otto anni. Si considera come non prestato il consenso estorto con violenza o minaccia ovvero carpito con l’inganno. La stessa pena si applica a chiunque provochi l’interruzione della gravidanza con azioni dirette a provocare lesioni alla donna. Detta pena è diminuita fino alla metà se da tali lesioni deriva l’acceleramento del parto;
  • Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate punito con la reclusione sino a tre anni.

I tratti psicologici

L’interruzione della gravidanza può causare una serie di problemi psicologici che, a seconda dei casi, possono sfociare in gravi disturbi. Per le donne l’aborto è un vero e proprio trauma. Si, l’aborto è un trauma e andrebbe trattato come tale. Purtroppo, però, parlarne è ancora un tabù.
La donna vive questa terribile esperienza con vergogna e sensi di colpa ed è per questo che difficilmente chiede un aiuto esterno per superare questo trauma. L’aborto spontaneo è un evento che riguarda almeno il 15% delle gravidanze clinicamente riconosciute ed è un’esperienza vissuta dalla donna in modo traumatico, sia sul piano fisico che su quello psichico.

In genere, le donne che hanno un aborto spontaneo, pur presentando inizialmente uno stress mentale superiore, rispetto alle donne che hanno interrotto volontariamente la gravidanza, vanno incontro ad un miglioramento più veloce dei disturbi psicologici iniziali, rispetto a quelle che hanno abortito volontariamente. Dunque, la risposta psicologica, all’aborto spontaneo ed all’aborto volontario è diversa, ed è possibile attribuire questa differenza alle caratteristiche dei due tipi di aborto: infatti mentre l’aborto spontaneo è un evento improvviso ed involontario, l’aborto procurato prevede la responsabilità cosciente della madre.
Le conseguenze psicologiche dell’aborto sono in molti casi sottovalutate; le emozioni contrastanti e negative che tale evento scatena in una donna possono incidere nel profondo e causare depressione e ansia: un vero e proprio stress post traumatico, che colpisce 4 donne su 10.

La donna dopo l’aborto deve affrontare una serie di disturbi psicologici. Può essere la paura, senso di colpa, insonnia, incubi, irritabilità, pianto irrazionale, nevrosi, frequenti sbalzi di umore, depressione, pensieri di suicidio. Ci possono essere anche disfunzioni sessuali. Tali conseguenze psicologiche sono chiamate sindrome post-aborto, e possono influire negativamente sulla salute generale: può apparire mal di testa, palpitazioni cardiache, diminuzione o aumento della pressione sanguigna, problemi con il sistema digestivo e altri. Per superare il trauma dell’aborto bisogna condividi il dolore. Il principale consiglio è quello di non chiudersi in sé stesse ma esternare il disagio psicologico che si sta vivendo.

L’aborto, come qualsiasi altro lutto improvviso e inaspettato, richiede tempo per l’elaborazione; un tempo di lutto che è individuale ma che in linea generale viene superato entro sei mesi. È una fase per così dire fisiologica, durante la quale può esserci anche un’alterazione del ritmo veglia/sonno e dell’appetito, ma è importante accettarla e prendersi tutto il tempo, senza pretendere di cancellare l’esperienza vissuta.
Se ne senti il bisogno rivolgiti a uno psicoterapeuta per superare questa triste esperienza e per l’elaborazione del lutto. Non è possibile dimenticare il vissuto di un aborto ma è necessario elaborarlo per tornare a vivere serenamente. La psicoterapia e la tecnica psicoterapeutica sono di grande aiuto per l’elaborazione del trauma.

L’esempio di Frida Kahlo

L’aborto, a lungo soggetto a tabù, cosa che accade ancora oggi, è stato coraggiosamente e dolorosamente raffigurato dalla pittrice Frida Kahlo in opere quali “Ospedale Henry Ford” (raffigurato in basso), 1932, dove ella si ritrae proprio dopo la perdita del feto: rigonfia, sanguinante e dolorante. Tra i suoi desideri più grandi vi era proprio la nascita di un bambino e condivide così un episodio di vita molto intimo e traumatico: sia sul piano fisico ma anche e soprattutto sul piano psicologico e morale.

Al prossimo articolo!

Alla stesura di questo articolo hanno contribuito:
– Fabrizio Tola;
– Denise Innati;
– Ilenia Marcianò;
– Luisa Viola.

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