"Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa. E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto." Padre Puglisi

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BYO|Bring you own: l’emergenza climatica, una pandemia a rallentatore

Del 20 Dicembre 2020, ore 12:08 PM - Modifica

Vivere Ateneo torna con il terzo appuntamento della rubrica dal titolo BYO|Bring your own. Oggi tratteremo di un argomento più attuale che mai: l’emergenza climatica, definita da molti come “una pandemia a rallentatore”.

Un articolo su The Correspondent individua quattro importanti analogie tra pandemia ed emergenza climatica. Entrambe sono, all’inizio, “invisibili”, hanno un “periodo d’incubazione”, sono pervasive, affliggono tutti, ma colpiscono le persone e le categorie più fragili e disagiate con particolare violenza. Infine: per entrambe, le soluzioni coincidono con grandi cambiamenti su scala globale. In sostanza: l’emergenza climatica è una pandemia “al rallentatore”, la cui unica cura è la prevenzione.

Il settore più colpito: l’ambiente

L’emergenza climatica colpisce soprattutto l’ambiente e l’agricoltura. Gli effetti dei cambiamenti climatici si possono osservare con l’aumento dell’effetto serra che comporta una brusca modifica dell’ambiente con conseguenti ripercussioni sulla flora e sulla fauna. Un uso minore di fertilizzanti e concimi potrebbe contribuire a ridurre le emissioni di anidride carbonica e anche per questo motivo, molti agricoltori puntano a coltivare con metodi biologici.

Protagoniste dei cambiamenti climatici sono le foreste che trattengono ed assorbono il biossido di carbonio. La situazione cambia quando queste vengono distrutte o incendiate diventando così fonti di gas serra. Infatti, se le foreste riescono ad assorbire enormi quantità di carbonio, quando vengono distrutte ne emettono quantità ancora più grandi.

Per comprendere quanto sia grave la situazione, basta soffermarsi a osservare la situazione in cui si trova la foresta amazzonica. L’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni rappresentano i fattori più critici, soprattutto nella stagione secca. A questo si aggiunge anche la deforestazione: studi condotti ipotizzano che una quota di deforestazione pari al 30-40% possa condurre l’Amazzonia verso un clima più secco.

Il negazionismo ambientale

Le formule giustizia ambientale, giustizia climatica e giustizia ecologica identificano un campo semantico molto variegato e multiforme al punto da essere utilizzato da diversi giuristi e scienziati per dare delle definizioni tutt’altro che univoche e convergenti. Quando si parla di ambiente e clima s’intendono due campi diversi. L’ambiente infatti coincide con un determinato contesto fisico-territoriale, il clima invece consiste in un “iper-oggetto” giuridico ossia una situazione interspaziale di mutamento che interessa l’intera biosfera e non solo un determinato territorio.
La dottrina definisce la giustizia climatica ignorando molto spesso le differenze tra ambiente,clima e ecologia.

Dire che una crisi climatica non esiste denota ignoranza e noncuranza del ambiente circostante. I motivi per cui le varie forme di negazionismo ambientale non possono essere accettate sono diversi. Si pensi all’accordo di Parigi, ai report di Ipcc, alle regole OCSE sulle responsabilità climatiche, per le quali Stati e privati possono essere chiamati davanti a un giudice per dar conto delle proprie azioni, ribadendo la buona fede intrinseca ai loro atti. Gli Stati Uniti utilizzano un sistema di responsabilità “toxic tort” per reprimere gli illeciti di pericolo, che, nel tempo, si è evoluto andando a punire anche la colpa da omissione. Per altro il cambiamento climatico, coinvolgendo l’intero pianeta deve essere attenzionato da tuti gli Stati.

Per questo motivo l’avanzamento di una proposta per l’instaurazione di un diritto umano ad un ambiente sano così da poter ottenere, tramite il diritto, una migliore tutela del nostro ambiente ha fatto molto scalpore.
Filosofie ed etiche ambientali discutono delle questioni di giustizia senza considerare gli elementi determinati dei sistemi normativi al cui interno i temi ambientali sono regolati giuridicamente. A livello europeo i vari paesi hanno bisogno di un coordinamento nell’azione climatica.
L’Unione Europea, entro il 2018 ha ridotto di oltre il 23% le emissioni di gas serra, rispetto alla situazione del 1990. L’art.191 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea fa della lotta al cambiamento climatico un obiettivo primario della politica dell’UE in materia ambientale.

Dinanzi ad in diritto climatico internazionale fondato sulla scienza, i cittadini possono, non solo rivendicare il diritto alla tutela della propria vita e della propria salute ma anche diritti più specifici, come quello ad essere informati sulle basi scientifiche che guidano l’operato degli Stati.

Gli eco-investimenti

L’importanza della gestione delle risorse naturali, dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici sono, con la ricerca di una migliore organizzazione dei processi economici e sociali per garantire una più equa e sostenibile prosperità, oggetto di dibattito da oltre 40 anni.⁣

Negli ultimi anni, grazie principalmente al movimento #Fridaysforfuture, il problema del cambiamento climatico è stato seriamente preso in considerazione anche dalle realtà politiche, prime fra tutte l’UE.⁣
L’impegno dimostrato dalle imprese italiane è visibile dagli eco-investimenti che sono cresciuti in modo sistematico e trasversale tra i diversi settori negli ultimi cinque anni, registrando un’impennata nel 2019, con quasi 300mila imprese interessate, pari al 21,5% del totale delle aziende, contro il 5,7% del 2014.⁣ Le performance per il 2019 delle imprese che hanno investito nel triennio 2016-2018 sono decisamente superiori rispetto a quelle non lo hanno fatto: il 26% prevede un aumento del fatturato (contro il 18%), il 19% un incremento dell’occupazione (contro l’8%).⁣

Questo però è solo l’inizio di un percorso che cambierà fino in fondo l’industria mondiale, infatti un’importante passo sarebbe quello di cambiare il modello produttivo stesso.⁣ Affinché si possano realizzare gli obiettivi della Green Economy, occorrono misure economiche e politiche di salvaguardia dell’ambiente e del clima adottate a livello mondiale. In Europa si sta lavorando per il Green Deal.

I batteri “mangia plastica”

Ad oggi sappiamo che alcune delle minacce più grandi per il nostro oceano sono le microplastiche e le nanoplastiche. Una volta che la plastica arriva nei mari viene alterata da una serie di fattori esterni, tra cui le radiazioni Uv, cambiamenti di temperatura e l’abrasione causata dall’acqua marina. Questi processi danno così il via alla degradazione del materiale in frammenti sempre più piccoli.

Nell’ultimo periodo però, si è trovata una soluzione che potrebbe aiutarci nella lotta con questo mostro invisibile: un nuovo studio evidenzia come alcuni batteri siano in grado di degradare la plastica, suggerendo come questo meccanismo biologico possa essere sfruttato per combattere l’inquinamento dei nostri oceani.

Nei primi esperimenti, i ricercatori hanno raccolto campioni di detriti di polietilene, la plastica più comune, e di polistirolo, tipico degli imballaggi alimentari, in due spiagge della Grecia. Essendo già stati esposti a fattori di degradazione, come l’acqua salata e i raggio solari, i piccoli frammenti sono stati immersi in acqua insieme a due diversi tipi di comunità microbiche: organismi naturali presenti nel mare e ceppi bioingegnerizzati, in grado di sopravvivere con polietilene e polistirolo come unia fonte di carbonio.
Dopo cinque mesi, i ricercatori hanno analizzato in che modo i frammenti erano stati modificati, concentrandosi sul loro peso: dalle analisi è emerso che entrambi i batteri erano riusciti a ridurre il peso del polistirolo fino all’11% e del polietilene fino al 7%.

Questa non è la prima volta che gli scienziati hanno cercato di sfruttare il potere dei batteri per aiutarci ad affrontare l’inquinamento da plastica. Per anni, infatti, i ricercatori hanno studiato in che modo gli organismi potrebbero essere in grado di mangiare i nostri rifiuti di plastica. Per esempio, un recente studio pubblicato su Science dimostrava come un batterio fosse in grado di degradare e assimilare il Pet, polietilene tereftalato, grazie a due speciali enzimi che lo convertono nei suoi monomeri, fondamentali per la crescita del batterio.

Una possibilità potrebbe essere, per esempio, trasferirlo su batteri estremofili (gli “highlander” dei microbi) capaci di sopportare temperature superiori ai 70 °C di fusione del PET: la plastica si degrada infatti molto più rapidamente, quando è sciolta. Inoltre, poiché l’enzima mutante sembra capace di restituire i mattoni di base usati nella produzione, poterlo impiegare in ambito industriale vorrebbe dire riciclare completamente, senza bisogno di impiegare nuovi combustibili fossili per fabbricare nuove bottiglie.

Sono tante le soluzione che sono state e che verranno trovate, ma sta solo a noi decidere di utilizzarle e di dare il nostro contributo (anche in piccolo) per questo grande fenomeno in espansione, che può essere solo rallentato e non potrà mai sparire per sempre.

Alla stesura di questo articolo hanno contribuito:
Martina Martellotta
– Francesco Siena
– Francesca Spera
– Giulia Biundo

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